" Voci dell'Anima, libro di Arturo Piccolo "

Premessa - Questa pagina riassume in 40 racconti la biografia di Arturo Piccolo raccontata nel libro Voci dell'Anima, la sua vita di emigrato in terre lontane, la sua adolescenza a Castelsilano e il suo lavoro a Brescia, Torino e Toronto. Oggi Arturo non c'è più ma il suo libro biografico rappresenta tutti Castelsilanesi emigrati in terre lontane.    

L'incontro tra Arturo e Luigi Falbo in Canada - Ho incontrato Arturo il 20 giugno 2000 durante il mio viaggio in Canada. Purtroppo il nostro incontro è avvenuto durante il funerale di Saverio Greco, mio parente ed amico di Arturo, all’interno del cimitero di Toronto. Abbiamo avuto modo di parlare per circa una mezz’oretta. Era molto felice di aver conosciuto un giovane del suo paese d’origine. Uomo di grande carisma e intelligenza. Ci siamo scritti tante lettere fino a qualche anno fa.    Luigi Falbo


INDICE DEI RACCONTI                                            

1.Arturo  2.La bicicletta di legno  3.Il telegrafo  4.Lo schiaffo del padre  5.L'ultimo abbraccio del padre  6.Francesco Piccolo vittima sul lavoro  7.La notizia ufficiale della morte  8.La famiglia nello sconforto  9.Lo sposalizio di Maria Giuseppa  10.Inizio della carriera di Arturo  11.Arturo decide di diventare fabbro  12.Mastro Antonio di Cerenzia  13.La bottega di Mastro Luigi a Casino  14.Arturo e la sua officina  15.L'acquisto delle attrezzature  16.Arturo militare  17.Arturo maestro di musica  18.Licenze in attesa di congedo  19.La scelta di rimanere a Brescia  20.La Tubi Togni  21.Inizio degli studi a Brescia  22.Vendita della sua officina di Casino  23.Arturo a Milano  24.Dimissioni dalla Tubi Togni  25.Inizio del lavoro alla Marelli  26.Viaggio in Calabria nel 1945  27.La Prof.ssa Mina Moroni  28.Mina e Arturo sposi  29.I telegrammi da Casino  30.I figli Adriano e Ornella  31.Arturo Ingegnere  32.Incidente stradale a Camigliatello  33.Arturo lascia la Marelli per la Rivoira  34.L'idea di andare in Canada  35.Partenza per il Canada  36.Arturo in cerca di lavoro  37.Arrivo della famiglia a Toronto  38.Cambio di abitazione  39.Ricerca della tomba del padre a Castle Gate  40.Viaggio in Italia nel 1986.


1.Arturo 

Arturo nacque il 10 novembre 1911 a Casino da Vincenzina Fabiano e da Francesco Piccolo. In paese, quando era fanciullo, lo chiamavano Arturino. La mamma, casalinga, era tanto affettuosa con i figli e una moglie esemplare. Il padre, un laborioso autodidatta, era agricoltore. Partì per l’America subito dopo il matrimonio. Ogni tre/quattro anni ritornava a casa, rimaneva poco più di un anno con la sua famiglia e poi partiva di nuovo per New York. Arturino era il secondo figlio. Prima di lui era nata la sorella Maria Giuseppa nel 1904. Dopo di lui vennero altre tre sorelline: Teresina, Carolina e Titina.

 

2.La bicicletta di legno

Il padre, vissuto nell’ambiente americano sin dall’età di vent’anni, diede al figlio il nome di Arturo, unico nel paese. Sperava di fargli continuare gli studi per conseguire una laurea in Ingegneria. Egli spesso manifestava questa idea alla moglie che a sua volta la ripeteva al ragazzo, specialmente quando lo invogliava a studiare. Ma Arturino cresceva con un suo carattere ostinato tendente al gioco con i compagni del luogo più che a studiare e tanto meno ad ascoltare attentamente le lezioni degli insegnanti. Il fanciullo aveva originali tendenze creative nei suoi giochi. Si costruì una bicicletta di legno con la quale correva lungo la via vicina alla sua casa nei tratti in leggera pendenza per facilitare lo sforzo di pedalare. Poi si costruì una specie di automobilina a quattro ruote con una robusta cassetta che aveva preso nella casupola dell’orto contro il volere del nonno Vincenzo.Aveva costruito le ruote con tavole di grosso spessore, in legno di noce pregiata che il padre aveva riposto per far costruire mobili per la casa. Quando Arturino andava con la mamma all’orto, in località Orduvino, portava la carrozzella in un punto di via tortuoso e scosceso, poi si sedeva dentro la cassetta e si divertiva a guidarla ad alta velocità. Il fanciullo ripeteva quel vai e vieni con quel rudimentale veicolo fino a stancarsi.

 

3.Il telegrafo

Il ragazzo aveva continuamente idee nuove nel costruirsi giocattoli ai quali dedicava la maggioranza del suo tempo. Un giorno gli venne il pallino di imparare a memoria l’alfabeto Morse. Andò all’ufficio telegrafico, si fece dare i segni corrispondenti alle lettere dell’alfabeto e tutto il giorno non faceva altro che scrivere ipotetici telegrammi a tratti e punti. In seguito costruì una specie di giocattolo a imitazione del telegrafo che riusciva perfettamente a scrivere punti e linee su un nastro di carta in movimento. Il tasto era costruito in legno con i contatti in metallo per sentire il suono dei battiti dovuti ai punti e alle linee dell’alfabeto Morse. Un discetto metallico fissato con un chiodo nel suo centro e libero di girare intorno  al proprio asse sull’apparente ricevitore, toccava il nastro di carta dalla parte inferiore quando il tasto, nel suo movimento, lo alzava. Il più difficile problema era quello di procurarsi nastro di carta. Esso non era venduto nei negozi del paese. Ce l’aveva soltanto l’ufficio telegrafico per proprio uso. Così Arturo raccoglieva i nastri usati e li usava dalla parte opposta.

 

4.Lo schiaffo del padre

Una mattina il ragazzo invece di andare a scuola andò a giocare con alcuni compagni del paese. Quando tornò a casa la mamma se ne accorse e gli fece una severa romanzina. Nel pomeriggio la mamma e il figlio andarono all’orto dal padre. In quel periodo il padre era ritornato dall’America per una visita alla famiglia. La mamma riferì al marito davanti al figlio imperterrito che il ragazzo non era andato a scuola. Il padre senza esitare gli diede uno schiaffo, lo fece inginocchiare con gli occhi rivolti al cielo e gli disse di promettere che non sarebbe mai più mancato da scuola. Il figlio senza batter ciglio, obbedì. Quell’atto violento del padre verso il figlio fu il primo e l’ultimo.

 

5.L’ultimo abbraccio del padre

Il figlio ricorda soltanto che il mattino dell’ultima partenza del padre per l’America lo accompagnò per la via del Palazzo fino alle ultime case del paese. Il ragazzo aveva in mano un tovagliolo con la colazione che il padre avrebbe portato con se. Dopo aver passato le Croci del luogo chiamato Calvario, il padre si fermò, prese la colazione dalle mani del figlio, lo abbracciò, lo baciò con tenerezza e poi disse che doveva camminare più in fretta fino al Bivio per non perdere la corriera che andava a Crotone. Egli poi avrebbe preso il treno per Napoli e la nave per New York. Il ragazzo, che allora aveva 8 anni, scoppiò in lacrime e, mentre il padre si allontanava in fretta dietro le mura del cimitero, egli ritornò mesto e malinconico a casa dalla mamma. Era la quarta volta che Francesco Piccolo partiva per l’America e non aveva mai espresso il desiderio di portare con se anche la famiglia. Amava molto il suo paese e la sua gente.

 

6.Francesco Piccolo vittima sul lavoro

L’8 marzo del 1924, poco dopo le otto, a Castle Gate nello Stato dello Utah scoppiò la miniera di carbone numero 2. Le vittime furono 172 tra cui tre di Casino: Francesco Piccolo (papà di Arturo), Nicola Aquila e Giuseppe Ambrosio. La triste notizia arrivò in paese circa un mese dopo. Tommaso Girimonte, che lavorava nella stessa miniera, quel giorno era rimasto a casa ed ebbe la fortuna di rimanere in vita. Tommaso scrisse alla moglie raccontandole la grave sciagura e la notizia si sparse rapidamente in tutto il paese. Le famiglie caddero nel più profondo lutto e tutto il paese assunse un aspetto di cordoglio. L’intera popolazione dimostrò un senso di assoluto rispetto per la morte dei tre compaesani. Nel paese nessuno più cantava e suonava come era usanza soprattutto tra i giovani. Una sera un gruppetti di giovani di San Giovanni in Fiore cominciarono a suonare vicino alla casa del fabbro Giovanni Foglia. Egli si alzò dal letto, uscì di casa, disse a quei giovani che il paese era in lutto e li invitò a smettere di suonare. Loro si scusarono e se ne andarono. Francesco Piccolo era nato il 16 giugno 1882 e morì all’età di 42 anni, lasciando la moglie, i cinque figli (Arturo e le quattro sorelline), il padre Vincenzo e la suocera Teresa Aquila, tutti abitanti della stessa casa.

 

7.La notizia ufficiale della morte

La notizia ufficiale della morte (l’Atto di morte), arrivòal municipio del paese dal ministro della Giustizia e degli Affari di Culto di Salt Lake City, capitale dello Utah. La miniera era della Utah Fuel Company di Castle Gate. Il medico che controllò i decessi fu il Dr. Dernik di Castle Gate. L’impresa funeraria che curò il funerale e il seppellimento era la L.E.Flynn di Price, una vicina cittadina. I morti furono seppelliti l’11 marzo del 1924 nel cimitero di Castle Gate, Utah.

 

8.La famiglia nello sconforto

Con la morte del capo famiglia caddero tutte le speranze del futuro e cominciò lentamente un controllato e ridotto tenore di vita, tra momenti di lacrime e malinconia che mai scomparve sul volto della vedova e dei figli. I due nonni erano troppo vecchi per dare un aiuto valido. Ambedue avevano superato i 75 anni. La figlia più giovane, Titina, aveva poco meno di 4 anni, Carolina 5 e Teresina 9. Soltanto la maggiore, Maria Giuseppa, aveva 19 anni.

 

9.Lo sposalizio di Maria Giuseppa

A quell’epoca, secondo le usanze del paese, le figlie erano la preoccupazione principale dei genitori. Le ragazze non avevano la speranza di un lavoro retribuito e rimanevano a casa a fare le casalinghe. Non avevano una propria libertà di movimento ed erano soggette ai genitori fino a quando non si sarebbero maritarte. Il matrimonio, però, era condizionato dal fatto che le preferenze andavano alle ragazze che avevano una buona dote in denaro e un fastoso corredo da sposa. I matrimoni di puro amore erano avvenimenti più che rari. La mamma Vincenzina conosceva molto bene il costume del suo paese e ne era preoccupata. Ecco, però, che Maria Giuseppa sposò Vincenzo Ferraro, emigrato a Booklyn New York alcuni anni prima. Vincenzo conobbe Francesco Piccolo in quella città e strinse con lui una forte amicizia. Successivamente vide la fotografia di Maria Giuseppa e pensò di sposarla. Infatti quando seppe della morte di Francesco nella miniera, ritornò al paese, si fidanzò e sposò Maria Giuseppa. Il fidanzamento fu combinato dai genitori di lui, Filomena e Saverio Ferraro, e la mamma di lei, Vincenzina. La vedova Piccolo, pur di sistemare la figlia, acconsentì al matrimonio e diede loro in dote un terreno di Crisuria coltivato a ulivi, comprato per cinque mila lire da una famiglia di Savelli. Così Vincenzo e Maria Giuseppa partirono dopo poco tempo per New York.

 

10.Inizio della carriera di Arturo

Col passare del tempo Arturo prendeva consapevolezza di se stesso e dello stato in cui si trovava la mamma dopo la morte del padre. La famiglia era numerosa, le tre sorelle minori erano ancora troppo giovani, la pensione americana era temporanea, il logorante lavoro della mamma all’orto non produceva abbastanza per sostenere se stessa, i figli, la madre e il suocero. Erano passati alcuni anni dalla morte del padre. Il ragazzo doveva decidersi a scegliere la via per il suo avvenire. Durante gli anni della scuola non era stato un modello di studente. Aveva la passione per la musica infatti aveva imparato a suonare il mandolino e il clarinetto. Aveva anche la passione della meccanica ma in paese non c’erano officine meccaniche. C’erano soltanto due fabbri in quel periodo, mastro Giovanni Foglia e mastro Luigi Marasco (un terzo, mastro Biagio Basile era andato in America).

 

11.Arturo decide di diventare fabbro

Era il mese di Aprile quando Arturo decise di farsi fabbro. Era una decisione spontanea, tutta sua, come un’intima rivelazione del suo inconscio. Ne parlò alla mamma che si dimostrò nettamente contraria all’idea del figlio. La mamma pensava che sarebbero occorsi parecchi anni di apprendistato e lei non aveva più la possibilità di continuare a mantenere il figlio. Pensava che Arturo ormai quindicenne doveva iniziare a lavorare per guadagnare un po’ di denaro per se stesso e per la famiglia. Ma il ragazzo aveva un carattere indomabile e non abbandonava facilmente le sue iniziative. Il giorno dopo prese la bicicletta e partì per Scandale dove abitavano una cugina e un cugino del padre. Arturo andò direttamente in via Puccini 19 a casa della zia, vedova Garrirei, che viveva con il suo unico figlio Bruno maggiore di Arturo di circa dieci anni. Arturo raccontò alla zia e al cugino lo scopo del suo viaggio e l’indomani andarono all’officina di un fabbro, un bell’uomo sui 50-55 anni vestito in tenuta di lavoro. Arturo gli disse che era intenzionato ad imparare il mestiere di fabbro e che aveva sentito parlare di lui come il migliore fabbro del paese. Il fabbro, dopo alcuni secondi di riflessione, rispose ad Arturo che lo avrebbe preso volentieri, ma in quel periodo non aveva abbastanza lavoro a Scandale e pensava di trasferirsi in qualche altro paese. Il ragazzo non aggiunse altro. Ringraziò e salutò.

 

12.Mastro Antonio di Cerenzia

Fallito il primo tentativo di Arturo a Scandale, il ragazzo andò con la sua bicicletta a Cerenzia da Mastro Antonio, unico fabbro del paese, per domandargli se lo prendesse come apprendista. Mastro Antonio accettò, così il mattino dopo Arturo con la colazione avvolta in un tovagliolo bianco, come si usava allora in paese, andò a Cerenzia di buon mattino. La bottega era ancora chiusa. Arturo appoggiò la sua bicicletta al muro accanto alla porta della bottega e aspettò fino a quando venne il maestro. Il primo lavoro fu quello di girare la manovella del ventilatore che alimentava il fuoco della fucina. La sera quando tornò a casa raccontò alla mamma e alla nonna come aveva trascorso la giornata. Arturo continuò ad andare e venire da Cerenzia per sei giorni alla settimana con assidua puntualità. Dopo un mese gli fece forgiare quattro ferri d’asino. I clienti che entravano nella bottega e vedevano il ragazzo battere il metallo con appropriata maestria lo elogiavano e dicevano a mastro Antonio che aveva preso un promettente apprendista. Egli rispondeva accennando un breve sorriso, però la verità era che mastro Antonio non vedeva volentieri la perspicacia di Arturo, nel senso che pensava che sarebbe potuto diventare un valoroso concorrente.

 

13.La bottega di Mastro Luigi a Casino

Con il passare dei giorni Arturo acquistava padronanza e assimilava facilmente i lavori che venivano eseguiti dal maestro. Alla fine dei tre mesi, Arturo ebbe l’idea di riattivare al suo paese la bottega di Mastro Luigi Marasco. Egli aveva lasciato di lavorare però la sua bottega era rimasta intatta. Un giorno Arturo andò a casa sua in via “Timparello di Gianni” e gli espose le sue idee. Mastro Luigi si mostrò felice di accogliere quel ragazzo come uno di famiglia. Sorrideva all’idea di vedere nuovamente la sua bottega in funzione. Mastro Luigi disse ad Arturo che gli avrebbe insegnato tutto quello che sapeva e che avrebbero diviso in parti uguali i guadagni futuri. Così Arturo lasciò Mastro Antonio di Cerenzia e iniziò a pulire la nuova bottega. All’interno non c’era carbone per la fucina e così, senza perdere tempo, andò a Calamodeo in compagnia di un uomo che lo aiutò a scavare radici di erica che sarebbero servite per ricavarne carbone. Col passare dei mesi i lavori proseguivano bene, non vi erano lamentele e anche i rapporti tra maestro e apprendista diventarono eccellenti.

 

14.Arturo e la sua officina

Dopo nove mesi Arturo pensava, però, ad una bottega tutta sua, modernamente attrezzata per qualsiasi lavoro in ferro battuto e in meccanica, ordinata, pulita e possibilmente ampia. Ma dove prendere i soldi per iniziare a comprare le attrezzature indispensabili? Egli sapeva che la mamma non aveva più denaro disponibile. Infatti, dopo le spese affrontate per il matrimonio di Maria Giuseppa, aveva soltanto un risparmio di 12 mila lire depositate all’ufficio postale del paese, somma che, dopo la morte del padre, sarebbe stata divisa tra i figli, secondo le leggi vigenti, al compimento della maggiore età. Arturo, però era ancora troppo giovane per tenere conto di quella eredità. Le sue idee erano mature, il suo entusiasmo era grande. Bisognava trovare soltanto chi lo aiutasse. Egli pensava che sarebbe stato possibile trovare denaro in prestito. Infatti un’amica di famiglia, Carolina Bigotti, quando seppe che il ragazzo voleva mettersi in proprio e non aveva soldi, gli offrì un prestito di 3 mila lire. Arturo era molto felice.

 

15.L’acquisto delle attrezzature

Così, nel tempo libero, scriveva e riscriveva a casa l’elenco di tutto l’occorrente che gli sarebbe servito per iniziare il lavoro da fabbro. L’elenco comprendeva prima di tutto il locale, che lui pensava di trovare in una zona centrale del paese, una incudine pesante, un ceppo in legno massiccio, un’ampia fucina metallica con ventilatore, un trapano da banco con volano, una morsa con gambo, una morsa parallela media, martelli, tenaglie, lime da taglio, scalpelli, una serie di chiavi per bulloneria, una serie di cacciaviti, un armadio in legno per riporre gli utensili, una mola smeriglio con motore elettrico, una mola ad acqua e un banco pesante da lavoro. Definito l’elenco, Arturo decise di andare a Cosenza con la sua bicicletta da due rivenditori di ferramenta. Partì un mattino ben presto e nel pomeriggio dello stesso giorno arrivò nella città di Cosenza. Cercò un albergo nei pressi di quei rivenditori, lasciò la bicicletta nella sua camera d’albergo e si recò a visitare i magazzini che gli avevano consigliato. Così, dopo qualche tempo, Arturo trovò un locale pavimentato e pulito in via Colla di proprietà di Giovanni Verardi. Il figlio del trainiere Bruno Prete che andava e veniva da Crotone col suo traino tutte le settimane per trasportare generi alimentari ai negozianti del paese, consigliò ad Arturo di andare a Crotone a confrontare i prezzi delle attrezzature. Infatti Arturo si recò a Crotone e, trovando una buona convenienza, comprò tutto in contanti a 2475,00 lire. Con l’arrivo delle attrezzature, Arturo aprì bottega e cominciò a lavorare ottenendo tante soddisfazioni ed avendo l’opinione positiva della gente del paese.

 

16.Arturo militare

Intanto gli anni passavano e Arturo dovette andare a Savelli per la visita militare di leva dello scaglione del 1911. Fu dichiarato abile e assegnato al 6° Reggimento Bersaglieri. Arturo rimase male perché sperava di essere assegnato ad un corpo meccanizzato. Egli aveva presentato una copia del diploma ottenuto per i suoi studi fatti  e un certificato rilasciato dal municipio del paese col quale si attestava che aveva lavorato come aggiustatore meccanico con officina propria per quattro anni nel comune di Casino. Quando gli venne la cartolina di precetto vide che non era stato assegnato più ai bersaglieri ma ai carristi nel Terzo Reggimento Carri Armati di Bologna. Alla stazione ferroviaria di Bologna Arturo venne preso in consegna da due militari che, con un camioncino, lo trasportarono in caserma. Il terzo giorno Arturo ed altri furono assegnati al Battaglione di Brescia. Erano una ventina di reclute. Alla stazione di Brescia trovarono un caporale che li condusse alla caserma A. Papa nel rione Urago Mella alla periferia della città.

 

17.Arturo maestro di musica

Arturo era stato notato come suonatore e, insieme ad altre 32 reclute, si dovette presentare in una camera al pian terreno sotto gli uffici amministrativi. Il capitano iniziò a scrutarli uno ad uno e iniziò a chiedere loro i curriculum di sonatore. Poi faceva domande generiche su quale strumento sapevano usare e dove avevano suonato. Alla fine dell’interrogatorio Arturo e un bresciano, che aveva diretto la banda musicale in un ospizio, furono scelti per la formazione della banda musicale. Arturo non perse tempo, fece un elenco dei suonatori e distribuì gli strumenti alle reclute. Così tutti i giorni, dal mattino fino all’ora della libera uscita, si esercitavano nella sala di musica per preparare i vari repertori per le future esibizioni.

 

18.Licenze in attesa di congedo

Erano trascorsi 3 mesi di vita militare nella caserma alla periferia di Brescia. Inaspettatamente Arturo e molti altri militari furono mandati a casa in licenza illimitata. Arturo durante quel periodo bresciano era diventato di casa della famiglia Pizzamiglio infatti, durante le ore di libera uscita, andava sempre alla tabaccheria della signora Elvira ad aiutarla a vendere qualche cosa del negozio. Il giorno del congedo Arturo lo disse alla signora Elvira che gli propose di rimanere qualche tempo con loro prima di fare ritorno in Calabria. Arturo accettò ben volentieri e dormì nella camera dei figli. Il secondo giorno, però, lungo il tratto Sant’Eustachio vicino alla caserma, Arturo trovò un sergente il quale gli disse che i militari andati in licenza illimitata erano stati di nuovo richiamati alle armi. Al momento egli decise di tornare in Calabria per salutare la famiglia, ma al suo ritorno in caserma dopo qualche giorno, non trovò più né la banda musicale né alcuni dei suoi sonatori. Così dovette assoggettarsi al regolare servizio militare. Dopo tre settimane fu nuovamente mandato in congedo illimitato. Egli è ancora, dopo 60 anni, in attesa di un congedo che non ha mai ricevuto.

 

19.La scelta di rimanere a Brescia

Dopo la sua uscita dalla caserma la signora Elvira gli offrì ospitalità per qualche giorno. Egli non riusciva a dormire. Le idee pro e contro il suo ritorno in Calabria si accavallavano nella sua mente. L’idea di vivere lontano dalla mamma, dalle sorelle, dai parenti ed amici lo agghiacciava. Il pensiero di rinunciare a costruirsi una moderna officina al traffico di autoveicoli nei pressi del Bivio del paese lo tormentava. Tuttavia non voleva lasciare la zona in cui era senza aver prima tentato una strada più ampia, date le opportunità della città e della grande industria. Ecco che, con questi propositi, Arturo rimase a Brescia con la consapevolezza che i soldi risparmiati dalla paga militare non erano sufficienti e che doveva cominciare a lavorare per vivere. Durante la notte, tra le tante idee, pensò di riparare macchine per cucire nel vicinato. Il mattino preparò un cartello con la scritta a caratteri cubitali “MECCANICO RIPARA MACCHINE PER CUCIRE” e lo espose nel negozio con il consenso della signora Elvira. L’idea era stata buona. Nel pomeriggio dello stesso giorno Arturo ebbe la prima cliente e guadagnò le prime 10 lire. Nel frattempo trovò un lavoro fisso in una piccola fabbrica di fucili a Collebeato, paesino a 6 Km da Brescia, entrando come apprendista a 2 lire l’ora per otto ore al giorno.

 

20.La Tubi Togni

Dopo circa un mese Arturo conobbe un siciliano che era andato al negozio della signora Elvira a comprare le sigarette. Il siciliano era un operaio saldatore che lavorava nello stabilimento della TUBI TOGNI di Brescia. Durante la conversazione propose ad Arturo di provare ad andare alla Tubi Togni e gli promise che l’indomani avrebbe parlato con il suo capo. Così la sera dopo il siciliano tornò al negozio e riferì ad Arturo che il suo capo suggeriva di presentarsi alla portineria principale dello stabilimento che era nei pressi della stazione. Allora l’indomani Arturo si presentò in portineria e disse che cercava lavoro. Gli diedero un foglio da compilare con i suoi dati personali. Dopo alcuni minuti Arturo fu introdotto in un ufficio alla presenza di un ingegnere che era anche vice presidente della società. Quel signore gli fece alcune domande tra cui se conosceva il disegno meccanico. Arturo rispose affermativamente. Il mattino seguente Arturo si presentò di buon’ora alla portineria dello stabilimento. Qualche minuto prima delle otto fu assegnato a una squadra di aggiustatori meccanici. Il capo di quella squadra lo accompagnò al posto di lavoro e gli diede anche un armadietto metallico negli spogliatoi per deporre gli abiti. Il banco di lavoro era comune ad altri due operai. Il capo gli diede il primo lavoro, un corpo di valvola idraulica al quale Arturo doveva togliere con una lima le scabrosità rimaste dalle lavorazioni precedenti alle macchine.

 

21.Inizio degli studi a Brescia

Con la padronanza dell’ambiente in cui viveva e con la stabilità del lavoro, Arturo si sentì a suo agio per continuare gli studi. Si iscrisse ai corsi serali dell’Istituto Tecnico Industriale della città. Fu una decisione spontanea e accuratamente valutata. Il giorno lavorava e la sera andava a scuola. I primi anni non furono di grande difficoltà. Le materie d’insegnamento dominanti lo aiutavano a sviluppare la conoscenza del lavoro in tutti i suoi dettagli. Egli aveva una grande predisposizione per la matematica, la fisica e la tecnologia. Inoltre la buona conoscenza del disegno proiettivo e delle leggi fisiche insieme alla pratica del lavoro accrescevano le sue capacità. Così egli cominciò ad acquisire prestigio nel suo ambiente di lavoro.

 

22.Vendita della sua officina di Casino

Nella città di Brescia Arturo indubbiamente aveva maggiori possibilità di farsi un futuro migliore rispetto al suo paese del quale sentiva ancora molta nostalgia. Sentiva la mancanza della mamma e dei suoi familiari. Amava come ama ancora il suo paese esposto all’aria pura della Sila nel quadro pittoresco delle stupende montagne sempre verdi. Arturo aveva però lasciato la sua officina ben attrezzata. Era tempo ormai di disfarsene, vendere il materiale  e le attrezzature per evitare di continuare a pagare l’affitto del locale. Così incaricò la mamma di vendere tutto e di usare il denaro per la famiglia come meglio credeva. La mamma, infatti, vendette tutto ad un giovane fabbro di Cerenzia.

 

23.Arturo a Milano

Finiti i corsi serali dell’Istituto Tecnico Industriale di Brescia, Arturo era deciso a voler continuare gli studi, ma non sapeva come fare. Si rivolse a un professore che gli consigliò di andare a Milano dove vi erano scuole serali di ogni grado e tipo. Era un grosso problema per lui. Brescia era una bella città, gli piaceva, l’aria era buona, la gente affabile e accogliente. Muoversi da Brescia significava iniziare di nuovo un’altra vita con le inevitabili sofferenze. Tuttavia non c’era altra scelta. Una sera ne parlò al compagno veneto Gianfranco, che lavorava in una fabbrica d’armi come calibrista. Gianfranco si mostrò entusiasta all’idea di andare a lavorare a Milano. Anche lui stava pensando di trasferirsi nella capitale lombarda per trovare una migliore posizione. Dopo lunghe conversazioni decisero di andare a Milano. Un lunedì mattina, di buon’ora, partirono con la bicicletta da Brescia diretti a Sesto San Giovanni, centro della grossa industria. Gianfranco trovò lavoro alla Breda, mentre Arturo alla Ercole Marelli. Infatti il Cav. Bruno Azimonti, capo dei reparti C1 e D4 composti da circa 800 persone, lo esaminò per circa venti minuti e poi gli disse che avrebbe voluto provarlo per due settimane. Arturo acconsentì e gli propose che sarebbe ritornato il prossimo lunedì.

 

24.Dimissioni dalla Tubi Togni

La mattina seguente Arturo ritornò alla Tubi Togni stando attento al passaggio solito del capo reparto, Ing. Webber, per parlargli delle sue dimissioni. Quando Arturo glielo comunicò, Webber si alterò di colpo e, visibilmente stizzito, andò via senza rispondergli. Arturo rimase male ma non si preoccupò molto di quell’atteggiamento. Voleva solo spiegare ai suoi superiori il vero motivo della sua scelta di andare a Milano e non voleva lasciare loro l’opinione di essersene andato per una paga migliore. A lui interessava, cioè, lasciare integra la buona considerazione di cui aveva goduto in quegli anni. Così Arturo, il mercoledì successivo, come vide l’Ingegnere gli si avvicinò e gli spiegò il motivo per cui doveva andare a lavorare a Milano. Webber ascoltava senza interrompere e, alla fine, con volto burbero, gli disse: “Bene ti lascio andare. Sabato prossimo sarai liquidato!”. Infatti il sabato successivo fu chiamato dalla Direzione del Personale e gli venne consegnata la liquidazione e tutti i suoi personali documenti.

 

25.Inizio del lavoro alla Marelli

Alle cinque del mattino del lunedì successivo, Arturo prese un treno per Milano. Arrivò alla Stazione centrale alle sette circa. Da qui prese un tram fino a Sesto San Giovanni per presentarsi alla Ercole Marelli per le 2 settimane di prova. Alle 8 si presentò a uno degli sportelli della Direzione, consegnò il biglietto del Cav. Azimonti e attese per essere mandato in infermeria per gli accertamenti medici. Dopo l’esito positivo della visita medica, un impiegato gli consegnò il cartellino per la timbratura delle ore di entrata ed uscita dallo stabilimento e lo fece accompagnare da una guardia al reparto 34 dove Arturo fu assegnato. Da quel giorno, 19 luglio 1938, Arturo cominciò una nuova vita lavorativa. Nel novembre 1939 Arturo iniziò a lavorare nell’ufficio Analisi Attrezzature. Alla fine dello stesso anno fu liquidato come salariato e riassunto, due giorni dopo il 2 gennaio 1940, come impiegato tecnico di terza categoria. Quel passaggio dalla categoria operaia a quella impiegatizia rappresentò una tappa importante per lui.

 

26.Viaggio in Calabria nel 1945

Durante la guerra, dal 1940 al 1945 Arturo non era potuto andare in Calabria. Da oltre 6 anni non vedeva la mamma e le sorelle. Come finì la guerra, però, il secondo martedì di agosto del 1945 decise di andare in Calabria. Le ferrovie tra nord e sud erano interrotte a causa dei bombardamenti e non vi erano treni in transito da Milano a Napoli. Arturo ebbe notizia che un autocarro partiva da Piazza Castello ogni martedì mattina alle nove e prendeva persone a pagamento. Quella mattina però si seppe che l’autocarro era in riparazione e che non sarebbe più partito quel giorno. Così prese coraggio e cerco di fermare automezzi diretti verso il sud. Fu un viaggio massacrante. Arturo dovette fermarsi prima a Piacenza, poi a Bologna, poi a Firenze, poi a Perugia, poi a Roma e infine a Napoli, naturalmente con diversi automezzi ai quali aveva chiesto un passaggio. A Napoli finalmente prese il treno diretto a Lamezia e poi cambiò per andare a Crotone. Arrivò a Casino dopo aver preso la corriera alla stazione di Crotone. Arrivò a casa stanchissimo e finalmente abbracciò la mamma, le sorelle e tutti i parenti. Rimase al paese nativo circa 2 settimane e poi ripartì nuovamente per Milano. Furono due settimane straordinarie per lui e cariche di emozioni.

 

27.La prof.ssa Mina Moroni

Arturo era nella grande città dove le persone erano abituate fin dall’adolescenza a guadagnarsi da vivere nella formale cortesia civica e con meno sentimentalismi rispetto ai meridionali. Egli aveva 34 anni ed era tempo di trovare una compagna che avesse la sua stessa affinità di pensiero. Egli pensava che non fosse tanto facile trovarla nella città di Milano. La signora Piera Signori, così si chiamava la sua padrona di casa, spesso gli diceva per scherzo di sposarsi. Arturo scrollava la testa senza risponderle. Però lei insistette dicendogli che di fronte, nello stesso caseggiato, abitava con suo padre una brava signorina con le trecce, una professoressa adatta proprio per lui. Arturo, però, lasciò cadere l’argomento con un cenno di sorriso. Un sabato Arturo doveva andare in centro, uscì di casa, attraversò via Ampère e andò a prendere il tram vicino a Piazza Piola. Sul tram trovò una ragazza come quella descritta dalla sua padrona di casa. La ragazza era in piedi, con folte trecce scure, con le sopraciglia curate e con una cartella appoggiata al petto. Passarono alcune settimane senza che lui pensasse ad intraprendere iniziative per conoscerla. Un giorno Arturo decise di scriverle un biglietto per invitarla ad un semplice incontro.La signorina gentilmente rispose ad Arturo fissandogli un appuntamento davanti alle biglietterie della Stazione Nord. In quel luogo si incontrarono e si strinsero la mano per la prima volta. Dalla stazione andarono a piedi verso Piazzale Loreto parlando di loro stessi e conoscendosi meglio. Prima di arrivare in via Poggi si salutarono con la promessa di vedersi di nuovo la domenica successiva per continuare il dialogo. La conoscenza continuò in incontri successivi fino a quando i due non si fidanzarono. La signorina Mina era laureata in lettere moderne, era unica figlia e viveva col padre Pietro Moroni, direttore della Fonderia Tipografica Reggiani di Milano. La mamma, Adele Landriani, direttrice di una scuola professionale, era mancata il 4 settembre del 1940.

 

28.Mina e Arturo sposi

Nei primi mesi di fidanzamento Mina presentò Arturo a suo padre e alle sue amiche. Le più intime erano Anna Revendini, Alfea Consonni e Nedda Negretti, tutte insegnanti. Queste conoscenze contribuirono a formare in Arturo l’idea del matrimonio, anche perché aveva constatato di trovarsi in un ambiente di persone serie, distinte e con sani principi morali. Intanto il tempo passava e le idee del matrimonio erano già mature. Mina non mancava di pensare alla data più adatta. Lei preferiva in primavera. Lui in un periodo di più libertà. Ecco perché decisero di fissare la data il giorno 22 febbraio 1947, di sabato. Alle undici esatte andarono in chiesa, a San Giovanni in Laterano in Piazza Bernini. Mina scese dall’automobile e fu accompagnata dal padre Pietro all’altare, mentre il suono della marcia nuziale di Wagner creava l’atmosfera mistica delle grandi cerimonie.Il parroco tenne gli sposi all’altare per circa un’ora, tra pratiche religiose e omelia. Alla fine ritornarono tutti a casa della sposa dove si era preparato un lauto banchetto nuziale.

 

29.I telegrammi da Casino

Il giorno dello sposalizio Arturo e Mina ricevettero 2 telegrammi da Casino. Uno era della mamma e diceva: “Nel giorno della vostra gioia vi sia presente il mio pensiero, l’affetto immenso del mio cuore e la benedizione della mamma Vincenza”. L’altro era del sindaco e diceva testualmente: “Porgo le mie personali felicitazioni e quelle della popolazione tutta. Achille Scalise”. L’avvenimento del suo matrimonio fu riportato anche da “Il Giornale d’Italia”. Era stato il Dott. Alfonso Ferrari di Castelsilano, allora corrispondente di quel giornale, a darne l’annuncio e a mandare ad Arturo anche il ritaglio del giornale.

 

30.I figli Adriano e Ornella

Erano trascorsi due anni e mezzo di matrimonio senza che Mina e Arturo avessero figli. Entrambi lo desideravano e ne sentivano la mancanza. Uno dei loro tanti pensieri era anche quello di viaggiare. Così un venerdì sera dei primi giorni di settembre decisero di passare il fine settimana sul lago di Garda, visitando il castello Scaligero. Era la prima volta che lasciavano il padre da solo a casa. E circa 3 mesi dopo Mina comunicò al padre a alle sue care amiche che era in attesa di un bambino. Il mattino del 30 maggio 1950 Arturo portò Mina con un taxi alla clinica San Camillo in via Boscovich, dove non tardò ad avere il suo primo figlio. Il bambino fu battezzato nella cappella della stessa clinica dall’amica Alfea Consonni e dall’amico prof. Pietro Sassi. Gli fu dato il nome di Adriano Francesco. Il mattino dell’8 novembre 1951 nacque il secondo figlio. Era una bambina, nata prematuramente di sette mesi. All’inizio pensavano che non ce l’avrebbe fatta, ma col passare dei giorni le sue condizioni migliorarono vistosamente. La bambina fu battezzata nella chiesa di San Giovanni in Laterano dall’amica Nedda Negretti e dall’amico Ing. Gioacchino Giunta. Le fu dato il nome di Ornella Vincenzina.

 

31.Arturo Ingegnere

Nel frattempo Arturo continuò gli studi al Politecnico di Milano. Dopo la fine della guerra aveva avuto anche più tempo a disposizione per studiare anche perché l’orario di lavoro era stato ridotto da 48 ore a 44 e, successivamente a 40. Così, finiti tutti gli esami e conseguito il titolo di ingegnere, lo comunicò al suo direttore l’Ing.Zanoni, il quale, telefonò all’Ing.Ghirardi, direttore di sezione, dicendogli: “Piccolo da oggi è l’Ing. Piccolo”. Infatti il giorno dopo Arturo trovò il suo cartellino di timbratura aggiornato col titolo di ingegnere. Erano trascorsi circa 18 anni da quando egli aveva cominciato le scuole industriali a Brescia.

 

32.Incidente stradale a Camigliatello

Arturo e il figlio pensarono di partire per la Calabria per trovare la mamma e i parenti. Partirono da Milano con l’automobile e si fermarono in giornata a Roma e poi a Gaeta in una pensione. L’indomani partirono per la Calabria  e continuarono il viaggio fino in Sila. Ad un certo punto, a Camigliatello, in un tratto di strada l’automobile sbandò improvvisamente, si girò a sinistra e andò a fermarsi nell’avvallamento del fondo stradale subendo delle ammaccature nella parte anteriore. Per fortuna né Arturo né il figlio si fecero male. In quel luogo vi erano molti compaesani andati a trascorrere la domenica in Sila. La notizia si sparse in un lampo e in pochi minuti lui e suo figlio furono attorniati da tanti cari amici accorsi gentilmente per aiutarlo. Gli amici caricarono tutto quello che c’era nel bagagliaio e portarono li portarono a Castelsilano, dove potettero abbracciare la mamma, le sorelle e tutti i parenti. Arturo non seppe mai rendersi conto di come avvenne quello sbandamento. Forse fu colpa sua, un effetto dovuto alla stanchezza accumulata dalle tante ore di viaggio, forse un improvviso guasto meccanico. Ancora oggi esiste quel punto interrogativo.

 

33.Arturo lascia la Marelli per la Rivoira

Negli anni successivi Arturo, che era apprezzato e stimato in tutto l’ambiente degli Ingegneri, ricevette una lettera dalla Rivoira di Torino per un eventuale ingaggio di lavoro. La ditta RIVOIRA Spa era molto nota in Italia per la sua rete di distributori di gas liquido in tutte le principali città della penisola. Così qualche giorno dopo andò a Torino, visitò lo stabilimento e ottenne una allettante offerta dal direttore: uno stipendio migliore e la dirigenza. Di questa offerta parlò alla moglie e dopo qualche tempo decisero che la soluzione migliore, anche se sofferta, era quella di accettare il nuovo lavoro. Infatti Arturo si trasferì a Torino da solo e solo il fine settimana tornava a casa. Dopo qualche tempo anche Mina chiese il trasferimento da Milano a Torino e, dopo aver vissuto un periodo nell’appartamento della signora Molinari, decisero di prendere in affitto un appartamento al 6° piano di un nuovo stabile in via Spoleto n.2, nei pressi dell’incrocio tra Corso Regina Margherita e Corso Svizzera.

 

34.L’idea di andare in Canada

Negli anni dal 1952 al 1964 Arturo continuò a lavorare alla Rivoira ed intraprese altre attività, ma si prospettava un futuro di crisi politica ed economica. Tra le tante idee possibili di Arturo vi era anche quella di andare a visitare le sorelle Teresina e Titina nel Canada, anche per cercare di trovare una soluzione a quella crisi. Teresina e Titina, sposate rispettivamente con Pietro e Fiore Audia, andarono in Ontario (Canada) nel 1953. Un giorno Arturo decise di andare a Milano al Consolato Canadese per ottenere qualche informazione. Fu ricevuto in un ufficio da una signora molto gentile che gli disse di essere la vice console. Arturo le espose il suo desiderio di andare in Canada e lei, subito, lo invogliò ad andarci con tutta la sua famiglia assicurandogli che lì avrebbe certamente trovato posizioni di suo gradimento. Arturo, con quella cordiale accoglienza, si prese di speranza e decise di partire da solo per un primo periodo e disse alla vice Console che se avesse poi trovato convenienza, avrebbe subito richiamato la sua famiglia. Così, dopo avere sbrigato tutte le pratiche, la partenza fu fissata per il giorno 5 ottobre 1965, circa tre settimane dopo. Mina era stata da sempre molto contraria a questa sua decisione. Lei amava la sua terra e si rattristava all’idea di cominciare da zero una nuova vita in un altro posto.

 

35.Partenza per il Canada

Con atto di coraggio e con la speranza di una vita migliore per lui e per la sua famiglia, Arturo si alzò ben presto la mattina della partenza. Mancavano trentacinque giorni al compimento del 54° anno di età. Prima di uscire di casa baciò i figli Adriano e Ornella che ancora stavano a letto. Mina, tenacemente contraria e molto turbata, lo accompagnò alla porta e, con grosse lacrime agli occhi, si abbracciarono e si salutarono. Alle 5 del mattino uscì di casa e prese un treno da Torino per Milano. Alla Stazione Centrale di Milano vi era ad attenderlo Anna Revendini, una cara amica di famiglia che lo accompagnò prima a prendere il biglietto per la Malpensa e poi gli fece compagnia fino alla venuta dell’autobus. Pochi minuti prima delle dieci l’autobus arrivò e poi, lentamente, si diresse all’aeroporto. Alle 12 e 15 i passeggeri iniziarono a salire sull’aereo. Alle 12 e 30 lo stesso cominciò a rullare sulla pista e subito prese il volo. Alle 17 ora locale l’aereo atterrò a Montreal. Arturo dovette prendere un altro volo che arrivò a Toronto alle 19 circa. Ad attenderlo all’aeroporto c’erano la sorella Titina, il marito Fiore e i tre figli Mary, Dolly e Giovanni. La stessa sera Arturo inviò un telegramma alla moglie Mina per comunicarle il suo arrivo in Canada e poi tutti quanti andarono a casa dove era pronta una ricca cena di festeggiamento.

 

36.Arturo in cerca di lavoro

L’indomani, in compagnia della nipote Mary, si recò al vicino ufficio di collocamento (Manpower Office) in Dundas Street dove un’impiegata registrò i suoi dati personali e lo mandò in un’altra stanza per fare un colloquio con un funzionario. Dopo qualche minuto il funzionario lo chiamò e gli disse: “Cosa è venuto a fare in Canada alla sua età?”. Arturo gli rispose che in Italia c’era un momento di crisi e che il Console gli aveva fatto delle lusinghiere promesse di lavoro. All’uscita da quell’ufficio Arturo si sentì abbattuto e depresso. Tutta la notte seguente continuò a pensare al colloquio e alla famiglia che aveva lasciato in Italia. Comunque dopo un primo periodo di 6 mesi all’International Institute 507 College Street a cui si era scritto per frequentare un corso di lingua inglese, il 4 luglio 1966 iniziò a lavorare come ingegnere in una compagnia che costruiva strutture metalliche per nuovi edifici. Sin dal primo giorno Arturo non ebbe la minima difficoltà a controllare e migliorare i concetti delle lavorazioni, ma sentì la sua deficienza a sostenere discussioni dirette o telefoniche con i clienti. Successivamente Arturo si prodigò per la costruzione di una officina propria, la A.P. Diesel Motors Company Limited. Questa officina nacque in u ambiente sconosciuto ad Arturo e senza adeguati mezzi finanziari, ma ben presto cominciò ad ingrandirsi ed Arturo cominciò ad avere le sue prime soddisfazioni.

 

37.Arrivo della famiglia a Toronto

Arturo aveva mandato alla moglie l’atto di richiamo per lei e i figli il 24 novembre 1966. Nello stesso periodo le aveva mandato anche la procura per vendere l’appartamento in via Moscati n.9 a Milano nel quale avevano abitato prima di trasferirsi a Torino. Il 12 dicembre il Servizio Immigrazioni Canadese scrisse una lettera ad Arturo per informarlo che il Consolato Canadese in Italia era stato autorizzato a rilasciare il visto ai suoi familiari. Arturo, come seppe questa notizia, prese in affitto un piano in una casa nella zona di Saint Clair Avenue a Toronto. Poi, insieme alla sorella Titina, andò a visitare negozi di mobilia per comperare lo stretto necessario per arredarlo. Così, dopo le 19 del 7 ottobre 1967, cioè circa 10 mesi dopo l’autorizzazione del consolato, Arturo vide tra la folla dell’aeroporto suo figlio Adriano, che guardava a destra e a sinistra, e poi anche Ornella, entrambi più alti di quanto li aveva lasciati. Infine vide la moglie Mina, più magra di prima e di aspetto affaticato. Quei momenti furono intensi di gioia e di abbracci. Finalmente Arturo aveva ricomposto di nuovo la sua famiglia. Dopo tre giorni Arturo accompagnò Adriano ed Ornella a scuola al Oakwood Collegiate Institute. Le lezioni erano già cominciate la prima settimana di settembre. Mina, invece, dopo le prime settimane di orientamento decise di andare a scuola d’inglese, come aveva fatto il marito. Dopo aver finito le 24 settimane di corso, comincio a lavorare qualche ora come supplente nelle scuole della città. Dopo 2 anni di Canada e di studio, Mina iniziò ad insegnare al Saint Joseph College School in Wesley Street a Toronto, una scuola cattolica. Lavorò continuamente con instancabile dedizione all’insegnamento fino al 24 gennaio 1980.

 

38.Cambio di abitazione

La prima abitazione della famiglia di Arturo si rivelò non adatta a loro e ai loro modi di vita. Addirittura i padroni di casa, che erano greci, entravano nel loro appartamento anche quando loro non c’erano. Comunque nei giorni successivi Mina e Arturo trovarono un appartamento nella stessa zona, in Benson Avenue al numero civico 48, poco lontano dalla scuola dei loro figli. I proprietari dello stabile, Angelina e Giovanni Milana, erano nati in Sicilia e certamente avevano la stessa mentalità.

 

39.Ricerca della tomba del padre a Castle Gate

Arturo ebbe un vivo desiderio di andare alla ricerca della tomba del padre Francesco Piccolo, morto a Castle Gate durante lo scoppiò della miniera. Così il mattino del 23 settembre 1978 andò con suo figlio Adriano all’aeroporto di Toronto diretti nello Stato dello Utah. L’aereo arrivò all’aeroporto di Salt Lake City, capitale dello Utah, alle 12.50 ora locale. Qui presero un auto a noleggio, una Monarc Ford e percorsero prima l’autostrada n.15 lungo la valle di Provo e poi la strada n.89 passando da Springville, paese arroccato ai piedi di una montagna, fino ad arrivare all’imbocco della strada n.33 dove si sarebbe dovuto trovare il villaggio di Castle Gate. Avevano percorso circa 187 Km da Salt Lake. Poco più avanti, lungo la via n.6, c’era un ristorante. Arturo decise di fermarsi e chiedere dove era situato il villaggio. Le informazioni avute erano molto vaghe. Seppe soltanto che il villaggio era stato abbandonato da tanti anni.

Così Arturo decise di andare a Price, una cittadina vicina. Qui prese una stanza al Crest Motel e chiese ulteriori notizie. Un uomo gli disse che le case in legno di Castle Gate erano state trasportate a Helper, un paese vicino, ma il cimitero esisteva ancora. Arturo ringraziò, chiamò il figlio e si diressero verso il luogo indicato.

Il cimitero era nascosto nella valle e coperto da erbacce. Entrarono nel recinto di rete metallica e cercarono tra l’erba tutte le croci al fine di trovare quella del proprio congiunto. La maggioranza delle croci in ferro arrugginito era senza nome. I cartoncini con i nomi inseriti nelle piastrine metalliche erano stati logorati dal tempo. Erano ormai trascorsi 54 anni dalla morte del padre. Era vicino alle sue ossa ma non riusciva a trovare l’esatto luogo di sepoltura.

Nelle file superiori Arturò trovò una pietra con la scritta “Nick Aquila di Casino, Italia 8 marzo 1924”. Nicola era del suo paese ma non sapeva chi fosse. Questa croce era la più vistosa, la più alta, era la seconda dalla vicina rete metallica del recinto. Arturo sapeva che quella di suo padre era lì vicino, ma non sapeva più come fare a trovarla. Per cui, perduta la speranza, tornò in paese.

Il mattino seguente andò, con suo figlio, al Municipio di Helper per chiedere se avessero la mappa del cimitero di Castle Gate. L’impiegata disse che non avevano nessuna documentazione, comunque gli diede l’indirizzo dell’ex sindaco di Castle Gate, Mr. Tabone, che abitava al 730 Castlegate Road di Helper al numero 472-8895. Nel frattempo trovarono sull’elenco telefonico i nomi di alcuni italiani, tra cui Gabriel Mangone, che si scoprì essere proprio originario di Casino, e Maria Romano, una vivace donna di 84 anni che era partita all’età di 20 anni da Casino con il marito e che aveva abitato in una casa dove poi venne costruito l’Asilo d’Infanzia. La signora Maria disse che Francesco, il papà di Arturo, andava spesso a farle visita, perché era un amico del marito, e che lei era andata anche al suo funerale nel 1924.

Comunque Arturo e Adriano si diressero subito all’indirizzo dell’ex sindaco e lo trovarono seduto sul pianerottolo di casa. Mr. Tabone era un uomo anziano, piuttosto magro, alto, affabile e di origine toscana. Dopo le presentazioni e una breve conversazione andò a prendere la mappa del cimitero, la distese sul tappeto e, insieme, cercarono di guardare i nomi scritti nei rispettivi rettangolini che rappresentavano le fosse dei defunti.

Accanto alla rete del recinto c’era Joe Ambrosio. Sulla stessa fila c’erano altri italiani. Nick Aquila il secondo, G.Tagliabue il terzo, James Piccilo il quarto, John Marchetti il quinto e via via tanti altri. Il sindaco spiegò che James Piccilo era di sicuro la tomba di Francesco Piccolo, perché Piccilo era stato un errore di scrittura e quindi era Piccolo, mentre James era il nome più usato negli Stati Uniti e si metteva quando non si conosceva il nome della persona in questione. E Adriano, per volere del sindaco, tirò una linea sul nome James Piccilo e scrisse accantò Frank Piccolo.

Così Arturo ringraziò Mr. Tabone per la sua gentile cortesia ed andarono subito dalla signora Maria. Appena entrarono, la signora Maria, sicura di se stessa, disse ad Arturo: “Tuo padre fu seppellito davanti a Tagliabue il piemontese.Ricordo come se fosse stato ieri che il giorno del funerale Tommaso Girimonte (‘u Griecu), dopo che le tombe erano state già posate nelle buche, si bisticciò con Flynn, l’impresario funebre, perché voleva che i tre compaesani fossero seppelliti uno accanto all’altro. Tommaso era furioso ed io dovetti prenderlo per un braccio e dirgli che eravamo in un funerale ed era vergogna bisticciare. E così i tre compaesani non furono vicini ma tuo padre rimase tra Tagliabue e Marchetti”.

Il giorno dopo Arturo si rivolse ad un impresario funebre, Harold Nielsen di Helper, e fece un contratto per una lapide in granito 25x50 centimetri su un piedistallo in cemento alto dal terreno 25 centimetri. Sulla lapide la seguente scritta:

Frank Piccolo        Born Castelsilano, Italy, 1882         Died March 8, 1924

Così, contenti di aver trovato il luogo di sepoltura, Arturo e Adriano tornarono in Canada. Due anni dopo, nel 1980, fece visita alla tomba del padre anche la sorella Teresina.

 

 

40.Viaggio in Italia nel 1986

Dopo 21 anni di lavoro in Canada, Mina e Arturo decisero di fare un bel viaggio in Italia per fare visita a tutti i luoghi dove avevano vissuto per tanti anni. Così il 2 settembre 1986, col volo 655 dell’Alitalia, partirono da Toronto con destinazione Milano. Rividero Torino, Milano e Brescia, s’incontrarono anche con le amiche d’infanzia Anna Revendini, Alfea Consonni e Nedda Negretti. Da Milano partirono poi alla volta di Castelsilano, passando da San Marino, da Urbino dove visitarono la casa di Raffaello, da Gubbio, da Assisi e da Salerno fino ad arrivare in Calabria.

A Castelsilano ebbero l’occasione di incontrare molti parenti e amici ed erano contenti di tutto questo. Andarono a visitare anche la tomba della mamma Vincenzina. Nei giorni successivi visitarono Crotone, Catanzaro e via via scendendo fino a Reggio Calabria. Rimasero poi in paese per qualche settimana prima del loro ritorno in Canada.