" Voci dell'Anima, libro di Arturo Piccolo "
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Premessa - Questa pagina
riassume in 40 racconti la biografia di Arturo Piccolo raccontata nel libro Voci
dell'Anima, la sua vita di emigrato in terre lontane, la sua adolescenza a
Castelsilano e il suo lavoro a Brescia, Torino e Toronto. Oggi
Arturo non c'è più ma il
suo libro biografico rappresenta tutti Castelsilanesi emigrati in terre lontane.
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L'incontro tra Arturo e Luigi Falbo in Canada - Ho incontrato Arturo il 20 giugno 2000 durante il mio viaggio in Canada. Purtroppo il nostro incontro è avvenuto durante il funerale di Saverio Greco, mio parente ed amico di Arturo, all’interno del cimitero di Toronto. Abbiamo avuto modo di parlare per circa una mezz’oretta. Era molto felice di aver conosciuto un giovane del suo paese d’origine. Uomo di grande carisma e intelligenza. Ci siamo scritti tante lettere fino a qualche anno fa. Luigi Falbo |
1.Arturo 2.La bicicletta di legno 3.Il telegrafo 4.Lo schiaffo del padre 5.L'ultimo abbraccio del padre 6.Francesco Piccolo vittima sul lavoro 7.La notizia ufficiale della morte 8.La famiglia nello sconforto 9.Lo sposalizio di Maria Giuseppa 10.Inizio della carriera di Arturo 11.Arturo decide di diventare fabbro 12.Mastro Antonio di Cerenzia 13.La bottega di Mastro Luigi a Casino 14.Arturo e la sua officina 15.L'acquisto delle attrezzature 16.Arturo militare 17.Arturo maestro di musica 18.Licenze in attesa di congedo 19.La scelta di rimanere a Brescia 20.La Tubi Togni 21.Inizio degli studi a Brescia 22.Vendita della sua officina di Casino 23.Arturo a Milano 24.Dimissioni dalla Tubi Togni 25.Inizio del lavoro alla Marelli 26.Viaggio in Calabria nel 1945 27.La Prof.ssa Mina Moroni 28.Mina e Arturo sposi 29.I telegrammi da Casino 30.I figli Adriano e Ornella 31.Arturo Ingegnere 32.Incidente stradale a Camigliatello 33.Arturo lascia la Marelli per la Rivoira 34.L'idea di andare in Canada 35.Partenza per il Canada 36.Arturo in cerca di lavoro 37.Arrivo della famiglia a Toronto 38.Cambio di abitazione 39.Ricerca della tomba del padre a Castle Gate 40.Viaggio in Italia nel 1986.
Arturo
nacque il 10 novembre 1911 a Casino da Vincenzina Fabiano e da Francesco
Piccolo. In paese, quando era fanciullo, lo chiamavano Arturino. La mamma,
casalinga, era tanto affettuosa con i figli e una moglie esemplare. Il padre, un
laborioso autodidatta, era agricoltore. Partì per l’America subito dopo il
matrimonio. Ogni tre/quattro anni ritornava a casa, rimaneva poco più di un
anno con la sua famiglia e poi partiva di nuovo per New York. Arturino era il
secondo figlio. Prima di lui era nata la sorella Maria Giuseppa nel 1904. Dopo
di lui vennero altre tre sorelline: Teresina, Carolina e Titina.
Il
padre, vissuto nell’ambiente americano sin dall’età di vent’anni, diede
al figlio il nome di Arturo, unico nel paese. Sperava di fargli continuare gli
studi per conseguire una laurea in Ingegneria. Egli spesso manifestava questa
idea alla moglie che a sua volta la ripeteva al ragazzo, specialmente quando lo
invogliava a studiare. Ma Arturino cresceva con un suo carattere ostinato
tendente al gioco con i compagni del luogo più che a studiare e tanto meno ad
ascoltare attentamente le lezioni degli insegnanti. Il fanciullo aveva originali
tendenze creative nei suoi giochi. Si costruì una bicicletta di legno con la
quale correva lungo la via vicina alla sua casa nei tratti in leggera pendenza
per facilitare lo sforzo di pedalare. Poi si costruì una specie di automobilina
a quattro ruote con una robusta cassetta che aveva preso nella casupola
dell’orto contro il volere del nonno Vincenzo.Aveva costruito le ruote con
tavole di grosso spessore, in legno di noce pregiata che il padre aveva riposto
per far costruire mobili per la casa. Quando Arturino andava con la mamma
all’orto, in località Orduvino, portava la carrozzella in un punto di via
tortuoso e scosceso, poi si sedeva dentro la cassetta e si divertiva a guidarla
ad alta velocità. Il fanciullo ripeteva quel vai e vieni con quel rudimentale
veicolo fino a stancarsi.
Il ragazzo aveva continuamente idee nuove nel costruirsi giocattoli ai quali dedicava la maggioranza del suo tempo. Un giorno gli venne il pallino di imparare a memoria l’alfabeto Morse. Andò all’ufficio telegrafico, si fece dare i segni corrispondenti alle lettere dell’alfabeto e tutto il giorno non faceva altro che scrivere ipotetici telegrammi a tratti e punti. In seguito costruì una specie di giocattolo a imitazione del telegrafo che riusciva perfettamente a scrivere punti e linee su un nastro di carta in movimento. Il tasto era costruito in legno con i contatti in metallo per sentire il suono dei battiti dovuti ai punti e alle linee dell’alfabeto Morse. Un discetto metallico fissato con un chiodo nel suo centro e libero di girare intorno al proprio asse sull’apparente ricevitore, toccava il nastro di carta dalla parte inferiore quando il tasto, nel suo movimento, lo alzava. Il più difficile problema era quello di procurarsi nastro di carta. Esso non era venduto nei negozi del paese. Ce l’aveva soltanto l’ufficio telegrafico per proprio uso. Così Arturo raccoglieva i nastri usati e li usava dalla parte opposta.
Una
mattina il ragazzo invece di andare a scuola andò a giocare con alcuni compagni
del paese. Quando tornò a casa la mamma se ne accorse e gli fece una severa
romanzina. Nel pomeriggio la mamma e il figlio andarono all’orto dal padre. In
quel periodo il padre era ritornato dall’America per una visita alla famiglia.
La mamma riferì al marito davanti al figlio imperterrito che il ragazzo non era
andato a scuola. Il padre senza esitare gli diede uno schiaffo, lo fece
inginocchiare con gli occhi rivolti al cielo e gli disse di promettere che non
sarebbe mai più mancato da scuola. Il figlio senza batter ciglio, obbedì.
Quell’atto violento del padre verso il figlio fu il primo e l’ultimo.
5.L’ultimo
abbraccio del padre![]()
Il
figlio ricorda soltanto che il mattino dell’ultima partenza del padre per
l’America lo accompagnò per la via del Palazzo fino alle ultime case del
paese. Il ragazzo aveva in mano un tovagliolo con la colazione che il padre
avrebbe portato con se. Dopo aver passato le Croci del luogo chiamato Calvario,
il padre si fermò, prese la colazione dalle mani del figlio, lo abbracciò, lo
baciò con tenerezza e poi disse che doveva camminare più in fretta fino al
Bivio per non perdere la corriera che andava a Crotone. Egli poi avrebbe preso
il treno per Napoli e la nave per New York. Il ragazzo, che allora aveva 8 anni,
scoppiò in lacrime e, mentre il padre si allontanava in fretta dietro le mura
del cimitero, egli ritornò mesto e malinconico a casa dalla mamma. Era la
quarta volta che Francesco Piccolo partiva per l’America e non aveva mai
espresso il desiderio di portare con se anche la famiglia. Amava molto il suo
paese e la sua gente.
L’8
marzo del 1924, poco dopo le otto, a Castle Gate nello Stato dello Utah scoppiò
la miniera di carbone numero 2. Le vittime furono 172 tra cui tre di Casino:
Francesco Piccolo (papà di Arturo), Nicola Aquila e Giuseppe Ambrosio. La
triste notizia arrivò in paese circa un mese dopo. Tommaso Girimonte, che
lavorava nella stessa miniera, quel giorno era rimasto a casa ed ebbe la fortuna
di rimanere in vita. Tommaso scrisse alla moglie raccontandole la grave sciagura
e la notizia si sparse rapidamente in tutto il paese. Le famiglie caddero nel più
profondo lutto e tutto il paese assunse un aspetto di cordoglio. L’intera
popolazione dimostrò un senso di assoluto rispetto per la morte dei tre
compaesani. Nel paese nessuno più cantava e suonava come era usanza soprattutto
tra i giovani. Una sera un gruppetti di giovani di San Giovanni in Fiore
cominciarono a suonare vicino alla casa del fabbro Giovanni Foglia. Egli si alzò
dal letto, uscì di casa, disse a quei giovani che il paese era in lutto e li
invitò a smettere di suonare. Loro si scusarono e se ne andarono.
La
notizia ufficiale della morte (l’Atto di morte), arrivòal municipio del paese
dal ministro della Giustizia e degli Affari di Culto di Salt Lake City, capitale
dello Utah. La miniera era della Utah Fuel Company di Castle Gate. Il medico che
controllò i decessi fu il Dr. Dernik di Castle Gate. L’impresa funeraria che
curò il funerale e il seppellimento era la L.E.Flynn di Price, una vicina
cittadina. I morti furono seppelliti l’11 marzo del 1924 nel cimitero di
Castle Gate, Utah.
Con la morte del capo famiglia caddero tutte le speranze del futuro e cominciò lentamente un controllato e ridotto tenore di vita, tra momenti di lacrime e malinconia che mai scomparve sul volto della vedova e dei figli. I due nonni erano troppo vecchi per dare un aiuto valido. Ambedue avevano superato i 75 anni. La figlia più giovane, Titina, aveva poco meno di 4 anni, Carolina 5 e Teresina 9. Soltanto la maggiore, Maria Giuseppa, aveva 19 anni.
A
quell’epoca, secondo le usanze del paese, le figlie erano la preoccupazione
principale dei genitori. Le ragazze non avevano la speranza di un lavoro
retribuito e rimanevano a casa a fare le casalinghe. Non avevano una propria
libertà di movimento ed erano soggette ai genitori fino a quando non si
sarebbero maritarte. Il matrimonio, però, era condizionato dal fatto che le
preferenze andavano alle ragazze che avevano una buona dote in denaro e un
fastoso corredo da sposa. I matrimoni di puro amore erano avvenimenti più che
rari. La mamma Vincenzina conosceva molto bene il costume del suo paese e ne era
preoccupata.
Col
passare del tempo Arturo prendeva consapevolezza di se stesso e dello stato in
cui si trovava la mamma dopo la morte del padre. La famiglia era numerosa, le
tre sorelle minori erano ancora troppo giovani, la pensione americana era
temporanea, il logorante lavoro della mamma all’orto non produceva abbastanza
per sostenere se stessa, i figli, la madre e il suocero. Erano passati alcuni
anni dalla morte del padre. Il ragazzo doveva decidersi a scegliere la via per
il suo avvenire. Durante gli anni della scuola non era stato un modello di
studente. Aveva la passione per la musica infatti aveva imparato a suonare il
mandolino e il clarinetto. Aveva anche la passione della meccanica ma in paese
non c’erano officine meccaniche. C’erano soltanto due fabbri in quel
periodo, mastro Giovanni Foglia e mastro Luigi Marasco (un terzo, mastro Biagio
Basile era andato in America).
Era
il mese di Aprile quando Arturo decise di farsi fabbro. Era una decisione
spontanea, tutta sua, come un’intima rivelazione del suo inconscio. Ne parlò
alla mamma che si dimostrò nettamente contraria all’idea del figlio. La mamma
pensava che sarebbero occorsi parecchi anni di apprendistato e lei non aveva più
la possibilità di continuare a mantenere il figlio. Pensava che Arturo ormai
quindicenne doveva iniziare a lavorare per guadagnare un po’ di denaro per se
stesso e per la famiglia. Ma il ragazzo aveva un carattere indomabile e non
abbandonava facilmente le sue iniziative.
Fallito
il primo tentativo di Arturo a Scandale, il ragazzo andò con la sua bicicletta
a Cerenzia da Mastro Antonio, unico fabbro del paese, per domandargli se lo
prendesse come apprendista. Mastro Antonio accettò, così il mattino dopo
Arturo con la colazione avvolta in un tovagliolo bianco, come si usava allora in
paese, andò a Cerenzia di buon mattino.
Con
il passare dei giorni Arturo acquistava padronanza e assimilava facilmente i
lavori che venivano eseguiti dal maestro. Alla fine dei tre mesi, Arturo ebbe
l’idea di riattivare al suo paese la bottega di Mastro Luigi Marasco. Egli
aveva lasciato di lavorare però la sua bottega era rimasta intatta. Un giorno
Arturo andò a casa sua in via “Timparello di Gianni” e gli espose le sue
idee. Mastro Luigi si mostrò felice di accogliere quel ragazzo come uno di
famiglia. Sorrideva all’idea di vedere nuovamente la sua bottega in funzione.
Mastro Luigi disse ad Arturo che gli avrebbe insegnato tutto quello che sapeva e
che avrebbero diviso in parti uguali i guadagni futuri. Così Arturo lasciò
Mastro Antonio di Cerenzia e iniziò a pulire la nuova bottega. All’interno
non c’era carbone per la fucina e così, senza perdere tempo, andò a
Calamodeo in compagnia di un uomo che lo aiutò a scavare radici di erica che
sarebbero servite per ricavarne carbone. Col passare dei mesi i lavori
proseguivano bene, non vi erano lamentele e anche i rapporti tra maestro e
apprendista diventarono eccellenti.
Dopo nove mesi Arturo pensava, però, ad una bottega tutta sua, modernamente attrezzata per qualsiasi lavoro in ferro battuto e in meccanica, ordinata, pulita e possibilmente ampia. Ma dove prendere i soldi per iniziare a comprare le attrezzature indispensabili? Egli sapeva che la mamma non aveva più denaro disponibile. Infatti, dopo le spese affrontate per il matrimonio di Maria Giuseppa, aveva soltanto un risparmio di 12 mila lire depositate all’ufficio postale del paese, somma che, dopo la morte del padre, sarebbe stata divisa tra i figli, secondo le leggi vigenti, al compimento della maggiore età. Arturo, però era ancora troppo giovane per tenere conto di quella eredità. Le sue idee erano mature, il suo entusiasmo era grande. Bisognava trovare soltanto chi lo aiutasse. Egli pensava che sarebbe stato possibile trovare denaro in prestito. Infatti un’amica di famiglia, Carolina Bigotti, quando seppe che il ragazzo voleva mettersi in proprio e non aveva soldi, gli offrì un prestito di 3 mila lire. Arturo era molto felice.
Così,
nel tempo libero, scriveva e riscriveva a casa l’elenco di tutto
l’occorrente che gli sarebbe servito per iniziare il lavoro da fabbro.
L’elenco comprendeva prima di tutto il locale, che lui pensava di trovare in
una zona centrale del paese, una incudine pesante, un ceppo in legno massiccio,
un’ampia fucina metallica con ventilatore, un trapano da banco con volano, una
morsa con gambo, una morsa parallela media, martelli, tenaglie, lime da taglio,
scalpelli, una serie di chiavi per bulloneria, una serie di cacciaviti, un
armadio in legno per riporre gli utensili, una mola smeriglio con motore
elettrico, una mola ad acqua e un banco pesante da lavoro.
Intanto
gli anni passavano e Arturo dovette andare a Savelli per la visita militare di
leva dello scaglione del 1911. Fu dichiarato abile e assegnato al 6° Reggimento
Bersaglieri. Arturo rimase male perché sperava di essere assegnato ad un corpo
meccanizzato. Egli aveva presentato una copia del diploma ottenuto per i suoi
studi fatti e un certificato
rilasciato dal municipio del paese col quale si attestava che aveva lavorato
come aggiustatore meccanico con officina propria per quattro anni nel comune di
Casino.
Arturo
era stato notato come suonatore e, insieme ad altre 32 reclute, si dovette
presentare in una camera al pian terreno sotto gli uffici amministrativi. Il
capitano iniziò a scrutarli uno ad uno e iniziò a chiedere loro i curriculum
di sonatore. Poi faceva domande generiche su quale strumento sapevano usare e
dove avevano suonato. Alla fine dell’interrogatorio Arturo e un bresciano, che
aveva diretto la banda musicale in un ospizio, furono scelti per la formazione
della banda musicale. Arturo non perse tempo, fece un elenco dei suonatori e
distribuì gli strumenti alle reclute. Così tutti i giorni, dal mattino fino
all’ora della libera uscita, si esercitavano nella sala di musica per
preparare i vari repertori per le future esibizioni.
Erano
trascorsi 3 mesi di vita militare nella caserma alla periferia di Brescia.
Inaspettatamente Arturo e molti altri militari furono mandati a casa in licenza
illimitata. Arturo durante quel periodo bresciano era diventato di casa della
famiglia Pizzamiglio infatti, durante le ore di libera uscita, andava sempre
alla tabaccheria della signora Elvira ad aiutarla a vendere qualche cosa del
negozio. Il giorno del congedo Arturo lo disse alla signora Elvira che gli
propose di rimanere qualche tempo con loro prima di fare ritorno in Calabria.
Arturo accettò ben volentieri e dormì nella camera dei figli. Il secondo
giorno, però, lungo il tratto Sant’Eustachio vicino alla caserma, Arturo trovò
un sergente il quale gli disse che i militari andati in licenza illimitata erano
stati di nuovo richiamati alle armi. Al momento egli decise di tornare in
Calabria per salutare la famiglia, ma al suo ritorno in caserma dopo qualche
giorno, non trovò più né la banda musicale né alcuni dei suoi sonatori. Così
dovette assoggettarsi al regolare servizio militare. Dopo tre settimane fu
nuovamente mandato in congedo illimitato. Egli è ancora, dopo 60 anni, in
attesa di un congedo che non ha mai ricevuto.
Dopo
la sua uscita dalla caserma la signora Elvira gli offrì ospitalità per qualche
giorno. Egli non riusciva a dormire. Le idee pro e contro il suo ritorno in
Calabria si accavallavano nella sua mente. L’idea di vivere lontano dalla
mamma, dalle sorelle, dai parenti ed amici lo agghiacciava. Il pensiero di
rinunciare a costruirsi una moderna officina al traffico di autoveicoli nei
pressi del Bivio del paese lo tormentava. Tuttavia non voleva lasciare la zona
in cui era senza aver prima tentato una strada più ampia, date le opportunità
della città e della grande industria.
Dopo
circa un mese Arturo conobbe un siciliano che era andato al negozio della
signora Elvira a comprare le sigarette. Il siciliano era un operaio saldatore
che lavorava nello stabilimento della TUBI TOGNI di Brescia. Durante la
conversazione propose ad Arturo di provare ad andare alla Tubi Togni e gli
promise che l’indomani avrebbe parlato con il suo capo. Così la sera dopo il
siciliano tornò al negozio e riferì ad Arturo che il suo capo suggeriva di
presentarsi alla portineria principale dello stabilimento che era nei pressi
della stazione. Allora l’indomani Arturo si presentò in portineria e disse
che cercava lavoro. Gli diedero un foglio da compilare con i suoi dati
personali. Dopo alcuni minuti Arturo fu introdotto in un ufficio alla presenza
di un ingegnere che era anche vice presidente della società. Quel signore gli
fece alcune domande tra cui se conosceva il disegno meccanico. Arturo rispose
affermativamente.
Con
la padronanza dell’ambiente in cui viveva e con la stabilità del lavoro,
Arturo si sentì a suo agio per continuare gli studi. Si iscrisse ai corsi
serali dell’Istituto Tecnico Industriale della città. Fu una decisione
spontanea e accuratamente valutata. Il giorno lavorava e la sera andava a
scuola. I primi anni non furono di grande difficoltà. Le materie
d’insegnamento dominanti lo aiutavano a sviluppare la conoscenza del lavoro in
tutti i suoi dettagli. Egli aveva una grande predisposizione per la matematica,
la fisica e la tecnologia. Inoltre la buona conoscenza del disegno proiettivo e
delle leggi fisiche insieme alla pratica del lavoro accrescevano le sue capacità.
Così egli cominciò ad acquisire prestigio nel suo ambiente di lavoro.
Nella
città di Brescia Arturo indubbiamente aveva maggiori possibilità di farsi un
futuro migliore rispetto al suo paese del quale sentiva ancora molta nostalgia.
Sentiva la mancanza della mamma e dei suoi familiari. Amava come ama ancora il
suo paese esposto all’aria pura della Sila nel quadro pittoresco delle
stupende montagne sempre verdi.
Finiti
i corsi serali dell’Istituto Tecnico Industriale di Brescia, Arturo era deciso
a voler continuare gli studi, ma non sapeva come fare. Si rivolse a un
professore che gli consigliò di andare a Milano dove vi erano scuole serali di
ogni grado e tipo. Era un grosso problema per lui. Brescia era una bella città,
gli piaceva, l’aria era buona, la gente affabile e accogliente. Muoversi da
Brescia significava iniziare di nuovo un’altra vita con le inevitabili
sofferenze. Tuttavia non c’era altra scelta. Una sera ne parlò al compagno
veneto Gianfranco, che lavorava in una fabbrica d’armi come calibrista.
Gianfranco si mostrò entusiasta all’idea di andare a lavorare a Milano. Anche
lui stava pensando di trasferirsi nella capitale lombarda per trovare una
migliore posizione. Dopo lunghe conversazioni decisero di andare a Milano.
La
mattina seguente Arturo ritornò alla Tubi Togni stando attento al passaggio
solito del capo reparto, Ing. Webber, per parlargli delle sue dimissioni. Quando
Arturo glielo comunicò, Webber si alterò di colpo e, visibilmente stizzito,
andò via senza rispondergli. Arturo rimase male ma non si preoccupò molto di
quell’atteggiamento. Voleva solo spiegare ai suoi superiori il vero motivo
della sua scelta di andare a Milano e non voleva lasciare loro l’opinione di
essersene andato per una paga migliore. A lui interessava, cioè, lasciare
integra la buona considerazione di cui aveva goduto in quegli anni. Così
Arturo, il mercoledì successivo, come vide l’Ingegnere gli si avvicinò e gli
spiegò il motivo per cui doveva andare a lavorare a Milano. Webber ascoltava
senza interrompere e, alla fine, con volto burbero, gli disse: “Bene ti lascio
andare. Sabato prossimo sarai liquidato!”. Infatti il sabato successivo fu
chiamato dalla Direzione del Personale e gli venne consegnata la liquidazione e
tutti i suoi personali documenti.
25.Inizio
del lavoro alla Marelli![]()
Alle
cinque del mattino del lunedì successivo, Arturo prese un treno per Milano.
Arrivò alla Stazione centrale alle sette circa. Da qui prese un tram fino a
Sesto San Giovanni per presentarsi alla Ercole Marelli per le 2 settimane di
prova.
26.Viaggio
in Calabria nel 1945![]()
Durante
la guerra, dal 1940 al 1945 Arturo non era potuto andare in Calabria. Da oltre 6
anni non vedeva la mamma e le sorelle. Come finì la guerra, però, il secondo
martedì di agosto del 1945 decise di andare in Calabria. Le ferrovie tra nord e
sud erano interrotte a causa dei bombardamenti e non vi erano treni in transito
da Milano a Napoli.
Arturo
era nella grande città dove le persone erano abituate fin dall’adolescenza a
guadagnarsi da vivere nella formale cortesia civica e con meno sentimentalismi
rispetto ai meridionali. Egli aveva 34 anni ed era tempo di trovare una compagna
che avesse la sua stessa affinità di pensiero. Egli pensava che non fosse tanto
facile trovarla nella città di Milano. La signora Piera Signori, così
si chiamava la sua padrona di casa, spesso gli diceva per scherzo di sposarsi.
Arturo scrollava la testa senza risponderle. Però lei insistette dicendogli che
di fronte, nello stesso caseggiato, abitava con suo padre una brava signorina
con le trecce, una professoressa adatta proprio per lui. Arturo, però, lasciò
cadere l’argomento con un cenno di sorriso.
Nei
primi mesi di fidanzamento Mina presentò Arturo a suo padre e alle sue amiche.
Le più intime erano Anna Revendini, Alfea Consonni e Nedda Negretti, tutte
insegnanti. Queste conoscenze contribuirono a formare in Arturo l’idea del
matrimonio, anche perché aveva constatato di trovarsi in un ambiente di persone
serie, distinte e con sani principi morali. Intanto il tempo passava e le idee
del matrimonio erano già mature. Mina non mancava di pensare alla data più
adatta. Lei preferiva in primavera. Lui in un periodo di più libertà. Ecco
perché decisero di fissare la data il giorno 22 febbraio 1947, di sabato. Alle
undici esatte andarono in chiesa, a San Giovanni in Laterano in Piazza Bernini.
Mina scese dall’automobile e fu accompagnata dal padre Pietro all’altare,
mentre il suono della marcia nuziale di Wagner creava l’atmosfera mistica
delle grandi cerimonie.Il parroco tenne gli sposi all’altare per circa
un’ora, tra pratiche religiose e omelia. Alla fine ritornarono tutti a casa
della sposa dove si era preparato un lauto banchetto nuziale.
Il
giorno dello sposalizio Arturo e Mina ricevettero 2 telegrammi da Casino. Uno
era della mamma e diceva: “Nel giorno della vostra gioia vi sia presente il
mio pensiero, l’affetto immenso del mio cuore e la benedizione della mamma
Vincenza”. L’altro era del sindaco e diceva testualmente: “Porgo le mie
personali felicitazioni e quelle della popolazione tutta. Achille Scalise”.
Erano
trascorsi due anni e mezzo di matrimonio senza che Mina e Arturo avessero figli.
Entrambi lo desideravano e ne sentivano la mancanza. Uno dei loro tanti pensieri
era anche quello di viaggiare. Così un venerdì sera dei primi giorni di
settembre decisero di passare il fine settimana sul lago di Garda, visitando il
castello Scaligero. Era la prima volta che lasciavano il padre da solo a casa. E
circa 3 mesi dopo Mina comunicò al padre a alle sue care amiche che era in
attesa di un bambino. Il mattino del 30 maggio 1950 Arturo portò Mina con un
taxi alla clinica San Camillo in via Boscovich, dove non tardò ad avere il suo
primo figlio.
Nel
frattempo Arturo continuò gli studi al Politecnico di Milano. Dopo la fine
della guerra aveva avuto anche più tempo a disposizione per studiare anche
perché l’orario di lavoro era stato ridotto da 48 ore a 44 e, successivamente
a 40. Così, finiti tutti gli esami e conseguito il titolo di ingegnere, lo
comunicò al suo direttore l’Ing.Zanoni, il quale, telefonò all’Ing.Ghirardi,
direttore di sezione, dicendogli: “Piccolo da oggi è l’Ing. Piccolo”.
Infatti il giorno dopo Arturo trovò il suo cartellino di timbratura aggiornato
col titolo di ingegnere.
32.Incidente
stradale a Camigliatello![]()
Arturo e il figlio pensarono di partire per la Calabria per trovare la mamma e i parenti. Partirono da Milano con l’automobile e si fermarono in giornata a Roma e poi a Gaeta in una pensione. L’indomani partirono per la Calabria e continuarono il viaggio fino in Sila. Ad un certo punto, a Camigliatello, in un tratto di strada l’automobile sbandò improvvisamente, si girò a sinistra e andò a fermarsi nell’avvallamento del fondo stradale subendo delle ammaccature nella parte anteriore. Per fortuna né Arturo né il figlio si fecero male. In quel luogo vi erano molti compaesani andati a trascorrere la domenica in Sila. La notizia si sparse in un lampo e in pochi minuti lui e suo figlio furono attorniati da tanti cari amici accorsi gentilmente per aiutarlo. Gli amici caricarono tutto quello che c’era nel bagagliaio e portarono li portarono a Castelsilano, dove potettero abbracciare la mamma, le sorelle e tutti i parenti. Arturo non seppe mai rendersi conto di come avvenne quello sbandamento. Forse fu colpa sua, un effetto dovuto alla stanchezza accumulata dalle tante ore di viaggio, forse un improvviso guasto meccanico. Ancora oggi esiste quel punto interrogativo.
33.Arturo
lascia la Marelli per la Rivoira![]()
Negli anni successivi Arturo, che era apprezzato e stimato in tutto l’ambiente degli Ingegneri, ricevette una lettera dalla Rivoira di Torino per un eventuale ingaggio di lavoro. La ditta RIVOIRA Spa era molto nota in Italia per la sua rete di distributori di gas liquido in tutte le principali città della penisola. Così qualche giorno dopo andò a Torino, visitò lo stabilimento e ottenne una allettante offerta dal direttore: uno stipendio migliore e la dirigenza. Di questa offerta parlò alla moglie e dopo qualche tempo decisero che la soluzione migliore, anche se sofferta, era quella di accettare il nuovo lavoro. Infatti Arturo si trasferì a Torino da solo e solo il fine settimana tornava a casa. Dopo qualche tempo anche Mina chiese il trasferimento da Milano a Torino e, dopo aver vissuto un periodo nell’appartamento della signora Molinari, decisero di prendere in affitto un appartamento al 6° piano di un nuovo stabile in via Spoleto n.2, nei pressi dell’incrocio tra Corso Regina Margherita e Corso Svizzera.
Negli
anni dal 1952 al 1964 Arturo continuò a lavorare alla Rivoira ed intraprese
altre attività, ma si prospettava un futuro di crisi politica ed economica.
Con
atto di coraggio e con la speranza di una vita migliore per lui e per la sua
famiglia, Arturo si alzò ben presto la mattina della partenza. Mancavano
trentacinque giorni al compimento del 54° anno di età. Prima di uscire di casa
baciò i figli Adriano e Ornella che ancora stavano a letto. Mina, tenacemente
contraria e molto turbata, lo accompagnò alla porta e, con grosse lacrime agli
occhi, si abbracciarono e si salutarono.
L’indomani,
in compagnia della nipote Mary, si recò al vicino ufficio di collocamento (Manpower
Office) in Dundas Street dove un’impiegata registrò i suoi dati personali e
lo mandò in un’altra stanza per fare un colloquio con un funzionario. Dopo
qualche minuto il funzionario lo chiamò e gli disse: “Cosa è venuto a fare
in Canada alla sua età?”. Arturo gli rispose che in Italia c’era un momento
di crisi e che il Console gli aveva fatto delle lusinghiere promesse di lavoro.
All’uscita da quell’ufficio Arturo si sentì abbattuto e depresso. Tutta la
notte seguente continuò a pensare al colloquio e alla famiglia che aveva
lasciato in Italia.
37.Arrivo
della famiglia a Toronto![]()
Arturo
aveva mandato alla moglie l’atto di richiamo per lei e i figli il 24 novembre
1966. Nello stesso periodo le aveva mandato anche la procura per vendere
l’appartamento in via Moscati n.9 a Milano nel quale avevano abitato prima di
trasferirsi a Torino. Il 12 dicembre il Servizio Immigrazioni Canadese scrisse
una lettera ad Arturo per informarlo che il Consolato Canadese in Italia era
stato autorizzato a rilasciare il visto ai suoi familiari.
La prima abitazione della famiglia di Arturo si rivelò non adatta a loro e ai loro modi di vita. Addirittura i padroni di casa, che erano greci, entravano nel loro appartamento anche quando loro non c’erano. Comunque nei giorni successivi Mina e Arturo trovarono un appartamento nella stessa zona, in Benson Avenue al numero civico 48, poco lontano dalla scuola dei loro figli. I proprietari dello stabile, Angelina e Giovanni Milana, erano nati in Sicilia e certamente avevano la stessa mentalità.
39.Ricerca
della tomba del padre a Castle Gate![]()
Arturo
ebbe un vivo desiderio di andare alla ricerca della tomba del padre Francesco
Piccolo, morto a Castle Gate durante lo scoppiò della miniera. Così il mattino
del 23 settembre 1978 andò con suo figlio Adriano all’aeroporto di Toronto
diretti nello Stato dello Utah. L’aereo arrivò all’aeroporto di Salt Lake
City, capitale dello Utah, alle 12.50 ora locale. Qui presero un auto a
noleggio, una Monarc Ford e percorsero prima l’autostrada n.15 lungo la valle
di Provo e poi la strada n.89 passando da Springville, paese arroccato ai piedi
di una montagna, fino ad arrivare all’imbocco della strada n.33 dove si
sarebbe dovuto trovare il villaggio di Castle Gate. Avevano percorso circa 187
Km da Salt Lake. Poco più avanti, lungo la via n.6, c’era un ristorante.
Arturo decise di fermarsi e chiedere dove era situato il villaggio. Le
informazioni avute erano molto vaghe. Seppe soltanto che il villaggio era stato
abbandonato da tanti anni.
Così
Arturo decise di andare a Price, una cittadina vicina. Qui prese una stanza al
Crest Motel e chiese ulteriori notizie. Un uomo gli disse che le case in legno
di Castle Gate erano state trasportate a Helper, un paese vicino, ma il cimitero
esisteva ancora. Arturo ringraziò, chiamò il figlio e si diressero verso il
luogo indicato.
Il
cimitero era nascosto nella valle e coperto da erbacce. Entrarono nel recinto di
rete metallica e cercarono tra l’erba tutte le croci al fine di trovare quella
del proprio congiunto. La maggioranza delle croci in ferro arrugginito era senza
nome. I cartoncini con i nomi inseriti nelle piastrine metalliche erano stati
logorati dal tempo. Erano ormai trascorsi 54 anni dalla morte del padre. Era
vicino alle sue ossa ma non riusciva a trovare l’esatto luogo di sepoltura.
Nelle
file superiori Arturò trovò una pietra con la scritta “Nick Aquila di
Casino, Italia 8 marzo 1924”. Nicola era del suo paese ma non sapeva chi
fosse. Questa croce era la più vistosa, la più alta, era la seconda dalla
vicina rete metallica del recinto. Arturo sapeva che quella di suo padre era lì
vicino, ma non sapeva più come fare a trovarla. Per cui, perduta la speranza,
tornò in paese.
Il
mattino seguente andò, con suo figlio, al Municipio di Helper per chiedere se
avessero la mappa del cimitero di Castle Gate. L’impiegata disse che non
avevano nessuna documentazione, comunque gli diede l’indirizzo dell’ex
sindaco di Castle Gate, Mr. Tabone, che abitava al 730 Castlegate Road di Helper
al numero 472-8895. Nel frattempo trovarono sull’elenco telefonico i nomi di
alcuni italiani, tra cui Gabriel Mangone, che si scoprì essere proprio
originario di Casino, e Maria Romano, una vivace donna di 84 anni che era
partita all’età di 20 anni da Casino con il marito e che aveva abitato in una
casa dove poi venne costruito l’Asilo d’Infanzia. La signora Maria disse che
Francesco, il papà di Arturo, andava spesso a farle visita, perché era un
amico del marito, e che lei era andata anche al suo funerale nel 1924.
Comunque
Arturo e Adriano si diressero subito all’indirizzo dell’ex sindaco e lo
trovarono seduto sul pianerottolo di casa. Mr. Tabone era un uomo anziano,
piuttosto magro, alto, affabile e di origine toscana. Dopo le presentazioni e
una breve conversazione andò a prendere la mappa del cimitero, la distese sul
tappeto e, insieme, cercarono di guardare i nomi scritti nei rispettivi
rettangolini che rappresentavano le fosse dei defunti.
Accanto
alla rete del recinto c’era Joe Ambrosio. Sulla stessa fila c’erano altri
italiani. Nick Aquila il secondo, G.Tagliabue il terzo, James Piccilo il quarto,
John Marchetti il quinto e via via tanti altri. Il sindaco spiegò che James
Piccilo era di sicuro la tomba di Francesco Piccolo, perché Piccilo era stato
un errore di scrittura e quindi era Piccolo, mentre James era il nome più usato
negli Stati Uniti e si metteva quando non si conosceva il nome della persona in
questione. E Adriano, per volere del sindaco, tirò una linea sul nome James
Piccilo e scrisse accantò Frank Piccolo.
Così
Arturo ringraziò Mr. Tabone per la sua gentile cortesia ed andarono subito
dalla signora Maria. Appena entrarono, la signora Maria, sicura di se stessa,
disse ad Arturo: “Tuo padre fu seppellito davanti a Tagliabue il
piemontese.Ricordo come se fosse stato ieri che il giorno del funerale Tommaso
Girimonte (‘u Griecu), dopo che le tombe erano state già posate nelle buche,
si bisticciò con Flynn, l’impresario funebre, perché voleva che i tre
compaesani fossero seppelliti uno accanto all’altro. Tommaso era furioso ed io
dovetti prenderlo per un braccio e dirgli che eravamo in un funerale ed era
vergogna bisticciare. E così i tre compaesani non furono vicini ma tuo padre
rimase tra Tagliabue e Marchetti”.
Il
giorno dopo Arturo si rivolse ad un impresario funebre, Harold Nielsen di Helper,
e fece un contratto per una lapide in granito 25x50 centimetri su un piedistallo
in cemento alto dal terreno 25 centimetri. Sulla lapide la seguente scritta:
Frank Piccolo
Così,
contenti di aver trovato il luogo di sepoltura, Arturo e Adriano tornarono in
Canada. Due anni dopo, nel 1980, fece visita alla tomba del padre anche la
sorella Teresina.
Dopo
21 anni di lavoro in Canada, Mina e Arturo decisero di fare un bel viaggio in
Italia per fare visita a tutti i luoghi dove avevano vissuto per tanti anni. Così
il 2 settembre 1986, col volo 655 dell’Alitalia, partirono da Toronto con
destinazione Milano. Rividero Torino, Milano e Brescia, s’incontrarono anche
con le amiche d’infanzia Anna Revendini, Alfea Consonni e Nedda Negretti. Da
Milano partirono poi alla volta di Castelsilano, passando da San Marino, da
Urbino dove visitarono la casa di Raffaello, da Gubbio, da Assisi e da Salerno
fino ad arrivare in Calabria.
A Castelsilano ebbero l’occasione di incontrare molti parenti e amici ed erano contenti di tutto questo. Andarono a visitare anche la tomba della mamma Vincenzina. Nei giorni successivi visitarono Crotone, Catanzaro e via via scendendo fino a Reggio Calabria. Rimasero poi in paese per qualche settimana prima del loro ritorno in Canada.